mercoledì 6 agosto 2014

Wisma Bahasa über alles!

Saya banyak belajar di bahasa indonesia. Yeppa yeppa bagus!

WIsma Bahasa guru guru dengan Mikail. Terimah Kasih!

500 pesci rossi

Itu Kolam Ikan. Mai avuto un acquario nel Bel Paese, ma qui mi rifaccio con una vasca di 4 metri piena di pesci rossi boccheggianti che ascoltano ripetermi la "Pelajaran" del giorno. Baik-Baik Saja!

"Strani abbinamenti", tanto per dire...

Cosicché, dopo una visita a Prambanan, ci si trova a bere una media rossa accompagnata da una scodella di semi di tapioca immersi nel latte di cocco con due cubetti di ghiaccio (quest'ultima gentilmente offerta dal cuoco). Va bene che gli opposti si attraggono, ma ora non esageriamo...

Il mio primo becak (trisciò)

Il mio primo viaggio su un risciò è piacevolmente curioso. Prezzo modico, slalom nel traffico, saluti dei musicisti posti agli angoli della strada, smog cittadino, caldo umido del mata hari quando per salutare si usa dire "selamat siang". Ma se all'andata va tutto liscio, al ritorno non è così. Un vecchietto dall'aria tanto simpatica quanto in realtà imbroglione mi fa rifare il giro di Malioboro dicendomi di conoscere perfettamente la strada senza, in realtà, portarmi dove voglio. Dopo essere tornato al punto di partenza (!), sono costretto a pagarlo un quarto del concordato con il beneplacito dei suoi colleghi che non possono che darmi ragione (nonostante il sudore e le balle raccontate per routine agli occidentali). Al di là dell'episodio "pseudoxeno-stronzo-anti-turistico", supporto ancora con convinzione la categoria e mi farò altri giretti con loro per la città, promesso. Ma solo con dei "riscioisti" professionisti come questo ritratto in foto...
See the video on instagram! http://instagram.com/p/qubrabAowG/
http://instagram.com/p/q6ss38go6_/

Nuove conoscenze a Malioboro, Yogyakarta

Dopo avermi chiesto se fossi palestinese (un mercante di batik mi aveva appena detto che "potrei essere indonesiano se non fosse per il mio naso", mah!) e fattomi credere di essere sposati, i fratellini di uno dei mille chioschi alimentari di Malioboro vogliono fare una foto con me. Ma solo dopo una bella tazza di Jasmine Tea a 2000RP ed una lunga spiegazione sul contenuto della zuppa "Nasi Soto", si intende. Non so esattamente in che lingua abbiamo parlato, ma eccoci qua...@ Jagjakarta, Indonesia.


Berangkat ke Pulau Nias

Dopo aver passato il pomeriggio ad innamorarmi di Memrisk, un'applicazione per memorizzare termini in Bahasa Indonesia, consumiamo la cena a dir poco 'sul presto': 18.30 in punto, presto persino per un piemontese old-fashioned di Borgata Sala. Tra una mezz'ora partiremo per Pulau Nias richiudendo per l'ennesima volta le valigie. Alle 19.15 siamo già in porto e ci apprestiamo a salire su un ferry boat commerciale/civile pieno zeppo di decine di camion marchiati 'Pertamini', la prima marca di benzina indonesiana. Vale a dire, un semplice principio di incendio e ci troveremo su una polveriera (forse non basta il confronto!) nel mezzo dell'oceano pacifico. Il viaggio durerà una notte intera, undici ore totali. La logica di numerazione dei posti sfugge ogni tipo logica, passando dal 21 al 165 al 22 al 10 al 172...o forse sono io che non mi intendo di questi esoterici rebus matematici? Dopo un'attesa di circa un'ora arriva il suono assordante di una campana che grida "berangkat", ovvero: "si parte!". Il ponte di una nave in piena notte è una sorta d'istigazione al filosofeggiare libero, sport violento ed anacronistico che ben si alterna con le chiacchiere in marziano/indonesiano improvvisate con locali che desiderano farsi fotografare, offrono qualcosa da mangiare, sono curiosi di sapere di cosa ci occupiamo. Le luci della città all'orizzonte si fanno sempre più piccole e lontane, i motori della nave sono al massimo. La sonnolenza arriva tardi, ma arriva: toccherà trovarsi un cantuccio ove riposare a terra. Dormire su una stuoia, all'interno di una cabina passeggeri, sopra un pavimento di cemento di una nave è tanto romantico quanto in realtà dannatamente scomodo. Basti dire che persino un pesantissimo saggio filosofico sul concetto di 'verità' ed un libro sui genocidi nella storia possono essere preferibili ed utili a ritardare una nottata su questo pavimento. Per questa ragione continuo a leggere fino alle due del mattino, a scrivere qualche appunto, a guardarmi attorno, per poi dover miseramente soccombere alle palpebre calanti e alla vista di due piedacci di un vecchio signore russante sdraiato proprio di fianco a me...
L'arrivo in porto è segnalato da un fastidiosissimo suono metallico e dall'accensione/spegnimento delle luci tre volte di seguito. Ore sette: l'alba ha cominciato il suo corso, il cielo 'a pecorelle' è tinto di rosa-grigio, il ponte è pieno di persone pronte a scendere. Riprendo il mio grosso trolley/cassa da morto desiderando di gettarlo a mare per viaggiare finalmente leggero. Usciamo dal grosso ponte di ferro abbassato, trasciniamo i bagagli sul pontile, arriviamo al pick-up che ci attende...'saya mau tidur' ('cacchio, vorrei dormire!') è una frase che mi passa ripetutamente per la testa, mentre al volo imparo come dire "ciao" in Bahasa Nias: "Jaahowu".




martedì 5 agosto 2014

Sibolga un-connection

Dopo un volo con un ATK 72-500 ad elica si arriva all'aeroporto di Sibolga. V'è solo il nostro aereo in mezzo ad una grande distesa di bananeti tagliata da una striscia d'asfalto per gli atterraggi ed i decolli. L'interno della hall conta non più di venti persone, sedute attorno a due misere panchine in quello che pare, in fondo, un piccolo garage a conduzione familiare. Sopra due carretti che forse un tempo furono trainati da forza animale arrivano i trolley, controllati con rigore dalle guardie che richiedono di paragonare il numero di matrice presente sul boarding pass con quello fissato sulle valigie. Fuori, si affollano avvoltoi che offrono passaggi di pochi chilometri più costosi del viaggio in aereo (!), ovviamente tutti coalizzati sullo stesso prezzo. Troviamo un becak a 50.000 rupie a testa dopo un'offerta da "Il Gatto e La Volpe" di 800.000, stipati con quattro valigie, due zaini e due borse sulla precaria struttura attaccata ad un motorino 50cc. Dopo dieci minuti cambiamo mezzo salendo su un bus ove trasferiamo le valigie sul tetto stringendoci nel mezzo di una comitiva di studentesse musulmane velate di bianco. Il caldo torrido, il pochissimo spazio, la musica dell'autoradio alzata al massimo con i bassi rimbombanti sul tettuccio, tre lievi ferite alla gamba destra che mi tirano la pelle ogni minuto contribuiscono a rendere la situazione simile ad un girone infernale (nel quale questi poveri studenti, donne e bambini devono vivere ogni giorno).  "Wanna becak, mister?": Sibolga è un'isteria collettiva di saluti sorridenti, tentati pickpocket, ambulanti venditori di dolciumi, negozi di abiti usati, signore in pigiama alle sei del pomeriggio, motorini che vanno su e giù, studenti in divisa bianca inamidata, il moetzin che canta i vespri da una moschea con una cupola di alluminio argentata, i clackson che cercano la tua attenzione in quanto bianco, un tizio che vuole curarmi la gamba a tutti i costi che si offende per il mio ringhioso rifiuto, un favoloso kios ove si trovano frullati di frutta d'ogni genere, moto con cinque persone a bordo...caos misto a routine che rende l'aspetto della cittadina di Sibolga, per dirla politically correct, decisamente "poco di tendenza". Foto: selfie sulla barca trasportata in un giardino privato dallo tsunami @ Banda Aceh, Sumatra, Indonesia